La neurocezione nella teoria polivagale

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La neurocezione è uno dei tre principi cardine della teoria polivagale ed è un termine coniato da Stephen Porges per illustrare come il sistema nervoso (neuro) sia consapevole (ception) e capace di ascoltare e valutare tutte le informazioni che riceviamo in ogni momento della nostra vita.

Le informazioni provenienti:

Il sistema valuta queste informazioni distinguendole in segnali di sicurezza e in segnali di pericolo per aiutarci ad orientarci e ad agire, rispondendo alla domanda: “Sono al sicuro in questo momento?”. Lo scopo è quello di farci vivere, sopravvivere.

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a) dall’interno: cosa accade nel corpo – battito cardiaco, ritmo respiratorio, tensioni muscolari, i nostri organi, un dolore, una fitta di fame, facilità di respirazione, mal di stomaco, gola secca;

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b) dall’esterno: scruta l’ambiente in cui siamo fisicamente, la sensazione di una sedia, la temperatura di una stanza e le sue dimensioni e quello che abbiamo più vicino, allargandoci al rione, la città…;

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c) dalle relazioni: percepisce il modo in cui il nostro sistema comunica con altri sistemi, uno ad uno o in gruppo, reagendo ai movimenti, alle vocalizzazioni, alle espressioni facciali, a un sorriso o un cipiglio, ai gesti, ai suoni.

Una neurocezione di sicurezza promuove stati di calma, di coinvolgimento sociale, di connessione con gli altri. Con una neurocezione di pericolo invece andiamo nei ben noti stati di sopravvivenza quali lotta/fuga/e, in caso di segnali di minaccia alla vita, ci spostiamo in uno stato di collasso e di immobilizzazione.

Molto prima prima che le informazioni raggiungano il cervello per formare un pensiero, la biologia è intervenuta e, pur non essendo spesso consapevoli dei segnali di sicurezza o di pericolo, sentiamo la nostra risposta autonomica.

La neurocezione infatti funziona sotto il livello della nostra consapevolezza conscia, precedendo la percezione, e le nostre storie, come pensiamo, sentiamo, agiamo, iniziano con la neurocezione: un intuito autonomico, un modo di conoscere molto diverso da quello cognitivo.

Come dice Deb Dana, utilizzando la metafora del fiume, alla sorgente troviamo la neurocezione e alla foce troviamo la storia.

La neurocezione crea modelli abituali di connessione o protezione. Nel tempo, il nostro radar interno è calibrato per rispondere in modi particolari, con degli schemi autonomici.

Modellato in un ambiente sicuro e di supporto, il sistema legge accuratamente i segnali, modellato in un ambiente imprevedibile e in cui ci si sente insicuri e non visti, la neurocezione è orientata verso la protezione, con risposte eccessive o non adeguate al momento presente legate alle esperienze del passato. Si crea così una discrepanza tra lo stato autonomico e la sicurezza o il rischio effettivo.

Ma è importante sottolineare che i nostri schemi si possono mappare, monitorare e poi rimodellare.

Familiarizzare con il sistema nervoso autonomo e saper identificare il nostro stato fisiologico ci consente di divenire consapevoli di “Dove mi trovo?”, indispensabile per poterci orientare. E, di conseguenza, possiamo poi chiederci : “Cosa mi ha portato qui?”, per arrivare alla domanda “In che modo ne posso uscire?”.

Portiamo così un’esperienza inconscia, la neurocezione, alla consapevolezza, la percezione, e abbiamo in questo modo la possibilità di discernere, di fare delle scelte.